Da sempre aborro lo stile cosiddetto “asciutto americano” di alcuni giornalisti e pubblicisti, che fanno seguire un’affermazione da un punto e dalla parola “ovvio” (“…affermazione. Ovvio.”), o da un “come tutti sappiamo” (“… affermazione. Come tutti sappiamo.”). A parte essere grammaticalmente scorretto, trovo che sia un’orrida petizione di assenso nei confronti del pubblico. Risulta anche un ottimo trucco oratorio per distrarre dall’affermazione espressa: il lettore è portato a pensare che se l’affermazione è definita “ovvia”, che se “tutti lo sappiamo”, deve trattarsi di qualcosa di scontato e largamente condiviso. Siccome però si tratta, di una tecnica oratoria, di fatto abbonda specialmente in scritti facilmente contestabili. Andate a rileggervi i giornali italiani: a parte qualcuno che ha il vizio di scrivere come con il telegrafo, il “come ovvio” e il “come tutti sappiamo” si trovano soprattutto in editoriali, lettere, commenti e blog. Consiglio a proposito un editoriale apparso su “Il Giornale” di sabato 13 febbraio 2010 in cui si parlava di un documento pubblico della UE in cui si esortavano i cittadini a risparmiare acqua: so vedrá come a colpi di “ovvio” e “come sappiamo”, a parte riesumare una massiccia dose di vecchi luoghi comuni, si arrivi a ridicolizzare l’intero movimento ambientalista (finisce che ci chiederanno di non lavarci, si chiosa alla fine l’articolo).
Sempre rimanendo nel campo della comunicazione, ”ovvio” e “come sappiamo” sono un po’ la regola della comunicazione politica. Sembra che sia diffusa l’opinione che i cittadini siano incapaci di capire concetti più complicati del 2+2, i nostri generosi politici, creatori di slogan e pubblicitari si incaricano di evitare accuratamente qualsiasi forma di comunicazione che vada oltre ciò che è “ovvio” e “ciò che tutti già sappiamo”. Così trionfano i “partiti del fare” e “candidati del fare”, un’ondata di superficialità con cui si avvolge la società. Pare che le continue scadenze elettorali, tutti questi “test politici” con cui si balocca qualsiasi detentore di potere pronto a rafforzare le sue posizioni, di per sé non favoriscano un pensiero un po’ meno basato sull’ovvietà. “Partito del fare”… ma fare cosa?!
Fra gli slogan preferiti é famoso “padroni a casa nostra”, di origine leghista, ma oramai adottato ovunque. Giustamente, ognuno vuole essere padrone a casa sua: un luogo privato in cui si rifugia dopo il lavoro, dove va in giro in tuta e vecchie ciabatte, il luogo degli affetti. All’esterno le regole altrui, dentro le regole che ognuno si fa da sé. Proiettando questa immagine sullo spazio pubblico, chiunque io non consideri padrone di questo spazio, è un ospite, e, come ogni ospite per bene, non deve essere invadente. Si badi bene, il discorso non vale solo per gli immigrati, ma per varie categorie di persone a turno escluse dal dibattito pubblico: giovani, donne, disabili, anziani, bambini, disoccupati, precari etc., le cui esigenze rimangono di volta in volta ignorate.
Lo spazio pubblico, lo Stato, non é esattamente la casa di nessuno, ma la casa di tutti, dove le regole si negoziano e devono tenere conto di esigenze, convenzioni, novità. A guardar bene, non è ciò che succede anche nelle case private, dove le regole si fanno con il partner, con i figli e persino con i vicini? Lo slogan “padroni a casa nostra” si basa su una utopica idea di casa, e crea, cosa ben più grave, un fraintendimento rispetto al valore, contenuto e funzionamento dello spazio pubblico, portando a pensare di poter includere o escludere qualcuno a piacimento, come si farebbe in un luogo privato. In ogni casa normale, le regole si creano attraverso una mediazione degli interessi, con il fine di stabilire rutine e automatismi condivisibili per una armonica convivenza. Così è, e a maggior ragione, nello spazio pubblico, che è pubblico, cioè di tutti e non posseduto o regolato in esclusiva da qualcuno in particolare. Padroni a casa nostra va bene, ma è meglio se ci si ricorda delle suddette ovvietà.
Alessandra Arru







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